Mettere sulla stessa linea testa, occhio e cuore

Henri-cartier-bresson

Capita spesso di assistere o intavolare discussioni sulla tecnica. Solitamente chi ha già acquisito delle buone capacità tecniche consiglia chi ancora non le ha di lasciar perdere formule e paradigmi e di concentrarsi sul messaggio. Ovvio, il messaggio è importante, non è tutto ma è importante, ma se non sei in grado di esprimerti, le buone intenzioni valgono a nulla.

A cosa serve avere chiara l’idea che si vuole trasporre sul sensore se poi non si è in grado di farlo? A che serve avere la sensibilità per cogliere un attimo, la prontezza di riflessi per indovinare il momento se poi sbagli completamente la terna ISO/tempi/diaframmi? A niente. Sarai un poeta muto, incapace di esprimerti. Un tesoro nascosto, ma così nascosto che nessuno se ne accorgerà e si sa, se nessuno se ne accorge, non puoi fare la differenza, lasciare un segno. Non esisti.

Già a questo punto penso sia chiaro il mio punto di vista: una certa dose di perizia tecnica è fondamentale per potersi esprimere. In medio stat virtus arguirà qualcuno e mi trova perfettamente d’accordo. Un buon bilanciamento tra saper usare gli strumenti a disposizione, conoscere i canoni estetici comuni e non farsi imbrigliare troppo da essi è certamente la situazione migliore per potersi esprimere (a patto di avere qualcosa da dire).

E chi sostiene che per fare una buona fotografia basta solo [cit.] mettere sulla stessa linea, testa, occhio e cuore? Rispondo che forse non è abbastanza chiaro cosa si intenda con questa frase.

La citazione è di Henri Cartier-Bresson, non certo un novellino, solo che nel tempo è stato aggiunto quel basta solo che non credo che il Maestro avrebbe approvato. Non è stato fatto in mala fede, nessuno ha storpiato un pensiero così romantico di proposito ma temo che sia stato vittima proprio del suo stesso romanticismo e sia stato portato all’eccesso. Si è partiti dal semplice concetto che una buona fotografia è l’espressione del modo di guardare il mondo di chi l’ha scattata e si è giunti alla conclusione che basta guardare il mondo per poter scattare una buona fotografia. Mi pare sia ovvio il paradosso.

Purtroppo, lo immagini da te senza che sia io a denunciarlo, non è vero. Se hai mai assistito ad una scena memorabile e l’hai immortalata con la tua macchina fotografica ti sarai reso certamente conto che trasporre ciò che hai visto sul sensore o sulla pellicola è stato qualcosa di molto più complesso di quanto fosse stare semplicemente a guardare. Hai dovuto operare delle scelte, delle rinunce, dei tagli. Sarà stato necessario correggere, compensare ed aggiustare. Solo con l’esperienza, se ci sei già arrivato, questi passaggi saranno divenuti automatici ma se ti ricordi i tuoi primi passi, ricorderai anche la frustrazione di aver perso un momento memorabile per via di un tempo troppo lungo o di un diaframma troppo chiuso. Quel momento vivrà per sempre nella tua memoria, se valeva veramente la pena ricordarlo ma non potrai mostrarlo a nessuno.

Mettere la testa in uno scatto non significa solo pensare il messaggio da trasmettere ma usare la parte più razionale del nostro essere fotografi per poter esprimere ciò che il cuore, lasciato a se stesso, non riuscirebbe a spiegare. Comprende la perizia tecnica, le esperienze pregresse, le foto sbagliate e i momenti sciupati. La testa della citazione è la razionalità che serve per scattare. Così come il cuore è la parte passionale che è necessaria per comporre lo scatto.

Ecco quindi che la tecnica assume il suo ruolo, importante ma non centrale. Non un fine ma un mezzo per perseguire un obiettivo. Lo strumento che ci permette di mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore.

Ti è piaciuto? Dai uno sguardo anche a...

Se hai trovato interessante questo post non perderti i prossimi.
Iscriviti ai feed RSS o abbonati alla newsletter, riceverai non più di una mail al mese. Il modo migliore per rimanere sempre aggiornato sulle ultime novità.

6 commenti

  1. Hai perfettamente ragione Alessandro.
    Un saluto

  2. Si suggerisce di pensare prima al messaggio in quanto è la cosa che, quasi sempre, manca. La tecnica la stanno imparando, la imparano, in tanti. Le fotografie “che raccontano” invece sono assenti. ;) Bello l’articolo, come sempre.
    PS tu parti dal presupposto che SAI cosa vuoi dire, come quasi tutti gli Istocker buoni.

  3. Una certa dose di consequenzialità esiste ma non avendo una base tecnica solida sarà ancor più difficile immaginare cos’è possibile dire attraverso una foto. Per me la tecnica oltre ad un mezzo per potermi esprimere è stata anche fonte di ispirazione. Applicando una regola mi sono accorto che potevo dire qualcosa, magri rielaborando la regola stessa quindi infrangendola ma comunque la molla è stata un approccio scientifico non umanistico. Può non valere per tutti, alcuni hanno una maggiore predisposizione, un intuito maggiore, ma secondo me un approccio tecnico è alla base per poter crescere. Senza di esso non si può pensare ad un messaggio da comunicare perchè non saresti in grado di esprimerlo.

    Se non conosci il linguaggio è ancora più difficile immaginare cosa puoi dire. Cerco di spiegarmi meglio. Se non sai che esistono delle regole compositive sarà più difficile immaginare che usando una spirale aurea si possa comunicare un messaggio

  4. Il grande maestro Bruno Munari ripeteva: “ognuno
    vede ciò che sa”, intendendo che ognuno associa ciò che vede alle proprie conoscenze.
    Allargando le conoscenze, si vede di più e si comprende meglio la realtà, nella convinzione che non esistano verità assolute, ma regole da apprendere e da utilizzare creativamente.

    Poi sempre Munari fa notare che: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima”, ed è qui che l’artista supera in tecnico.

    Sono profondamente convinto non possa esistere arte senza studio dei mezzi espressivi.

  5. Una dicotomia tipica di noi occidentali: dividere, incasellare e alla fine incasinare che non si trova più la diritta via. Che senso ha la tecnica? Viene prima l’uovo e la gallina o il pulcino? Stupidità a man salva. Se non avessi digitato un tasto alla volta e poi di seguito, con discreta scioltezza (una volta sarei passato per scuola di dattilografia) non potrei scrivere: nulla letteralmente. Digitando digitando, poi potrò essere questo e quello.
    Se non uso la cazzola e altro come posso costruire qualcosa di “bello”? Insomma è evidente che la “tecnica” è parte inalienabile del fare qualsicosa. C’è chi farà il virtuoso del “mezzo” e chi con il “mezzo” farà o andrà oltre. Dirà, fotograferà, pomperà l’acqua all’orto o di qualcos’altro forse maggiormente gratificante, va a sapere. Vale per tutto ciò che è “cultura” che condivide pari radice con coltura: si coltiva un hobby aspirazione, interesse con diversi zeri su pezzi di carta “valore”.
    Se ci si pone il problema è perché tutto e “dannatamente” in ogni accezione semplice o sempliciotto. Ancora più la fotografia e digitale che ci vuole: click clik, no? E poi con tutti quei minghiapixel, scritto così, dato in pasto a Photoshop…click clik. E i preset…clik clik.
    Perciò alla fine la domanda è: che libro stai leggendo in questo momento? Vedi il catodico tubo o vai in giro? Hai diploma di Geometra (come Salvatore Quasimodo o maestro elementare alla Leonardo Sciascia) o ci hai il Classico? Hai mai visto un quadro, o una colonna jonica? Ti piace la pastasciutta o il fast-food? Bevi vino o birra? Ti esprimi in inglese, che è latino e normanno rimasticato o parli la lingua di Dante? Siate seri: Antò fa caldo, l’acqua è poca e la papera nun’ galleggia. Le stronzate, quelle solide, in ogni liquido confermano, purtroppo, Archimede, ecco.

  6. Hai perfettamente ragione, lavorare con la fotografia richiede moltissima esperienza ;)

Lascia un commento


*

 
QR Code Business Card
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: